di Ivan Lagrosa, ricercatore del Centro Einaudi e autore dei due studi realizzati per Nuova Collaborazione
Per lungo tempo, il lavoro domestico è stato considerato un servizio marginale, legato alla figura della colf e a un’idea di benessere familiare borghese. Una sorta di bene di lusso, più connesso alla comodità che a bisogni essenziali. Tuttavia, i dati pubblicati dall’INPS a giugno 2025 indicano una trasformazione profonda: per la prima volta, nel 2024 le badanti hanno superato numericamente le colf. Su 817.403 lavoratori domestici regolarmente contribuenti, il 50,5% era impiegato nell’assistenza di anziani o persone non autosufficienti, il 49,5% svolgeva invece compiti generici di collaborazione familiare—complessivamente, in oltre l’88% dei casi si tratta di lavoratrici donne. Solo dieci anni fa, le colf rappresentavano il 57,3% del settore.
Si tratta di un sorpasso relativo, perché la domanda complessiva di lavoratori domestici ha registrato un lieve calo (-2,7% rispetto al 2023). Occorre inoltre evidenziare che i dati si riferiscono solo ai rapporti registrati, in un settore dove il lavoro irregolare è ancora molto diffuso. Ciononostante, il confronto storico è solido: il sorpasso delle badanti sulle colf mostra come il lavoro domestico si configuri sempre più come uno strumento necessario, non solo per garantire cure adeguate, ma anche per permettere ai familiari di restare attivi nel mercato del lavoro.
Una quota molto ampia di persone fuori dal mercato del lavoro è infatti impegnata in attività di cura non retribuite all’interno della famiglia. Un’indagine del Centro Einaudi per Nuova Collaborazione mostra come l’81% delle donne inattive in età da lavoro dichiari come motivo principale della non partecipazione al mercato del lavoro la cura dei figli o di altri familiari—tra gli uomini, solo il 23%. Questo squilibrio riflette quanto il lavoro di cura, se non sostenuto da servizi esterni, limiti l’occupazione, soprattutto quella femminile (Lavoro domestico e formazione, Nuova Collaborazione 2025).
In questo contesto, avere un collaboratore domestico può fare la differenza. Nelle famiglie che ne impiegano almeno uno, il tasso di occupazione femminile è del 73%, contro il 66% di quelle che non ne hanno. Il dato è interessante, ma va letto con cautela: le due tipologie di famiglie possono per esempio differire per reddito, composizione e altri fattori. Per questo, non basta da solo per stabilire un legame diretto tra lavoro domestico e occupazione dei nuclei familiari.
Per approfondire questo aspetto, l’indagine raccoglie quindi anche evidenze dirette sulle condizioni occupazionali delle famiglie, in relazione alla presenza (o assenza) di un collaboratore domestico, indagando in particolare le conseguenze ipotetiche della sua mancanza e le potenzialità latenti nelle famiglie attualmente inattive.
Tra le famiglie occupate che hanno già un collaboratore, più di una su due (65%) afferma che, in sua assenza, almeno un membro dovrebbe ridurre l’orario di lavoro o lasciarlo del tutto—nel 72% dei casi, si tratterebbe di una donna. Tra i nuclei familiari invece oggi non occupati ma potenzialmente interessati ad assumere un collaboratore domestico per delegare le mansioni di cura e attivarsi nel mercato del lavoro, il 36% indica i costi troppo elevati come principale ostacolo alla scelta.
Il lavoro domestico non è dunque un consumo accessorio, ma un fattore che può rendere sostenibile l’equilibrio tra cura e lavoro. In un contesto di invecchiamento demografico, diventa cruciale attivare chi oggi è fuori dal mercato. Incentivare il lavoro domestico regolare significa così investire in una componente chiave del welfare familiare, capace di liberare tempo-lavoro e di rafforzare la sostenibilità dei percorsi occupazionali.
Far emergere con forza questo legame tra assistenza privata e occupazione, oggi ancora in parte sommerso, è un passaggio chiave per valorizzare appieno il contributo del settore domestico alla sostenibilità economica del Paese e alla sua coesione sociale.
